“Ci siamo, sono le otto e mezzo”, disse Valerio Festi dopo aver dato una scorsa all’orologio. Intorno a lui tutto era a posto. Mise mano allora alla ricetrasmittente per verificare che anche nelle postazioni mobili, dislocate sul percorso, tutto fosse in ordine. “Tutto sotto controllo, signore”.
Bene, il corteo storico della città di Bari poteva avere inizio. Lui, l’art director più famoso d’Italia, a Bari ci teneva a fare bella figura, non foss’altro perché era per la terza volta consecutiva che ideava l’evento popolare più importante della città. Prima di dare il via, cercò lo sguardo del sindaco Di Cagno Abbrescia.
Lo trovò che gli stava facendo l’occhiolino. Poi le palpebre del primo cittadino si chiusero benignamente accompagnando il movimento della testa all’ingiù. Era il segno convenuto per dare inizio alla sagra. “Viaaa!”, urlarono i capigruppo ed il corteo cominciò a muoversi. Festi sulla sua bicicletta decise che lo avrebbe anticipato, per sincerarsi che non ci fossero ostacoli di sorta. Che sagoma originale la sua. Smilzo e vivace nei movimenti, da lontano, col perenne panama in testa e la barbetta pizzuta, pareva un talebano in vacanza. Di lui si poteva dire che fosse un uomo arrivato, il prototipo vivente della creatività made in Italy esportata in tutto il mondo. Un uomo realizzato dunque, ma con un unico rimpianto, la desinenza finale del suo cognome. L’avrebbe voluta in a o con la e.
La i certo non guastava, ma con le altre due vocali la sua missione d’agit prop gli sarebbe parsa quasi una predestinazione.
Come quelli che si chiamano Sega e fanno i falegnami, come i Galeone che costruiscono barche, come i Fitto che fanno i presidenti della Regione.
Un cognome e una garanzia, insomma.
S’iniziò con la rappresentazione dei miracoli del Santo. A seguire alcuni episodi salienti della vita cittadina, tra cui piacquero particolarmente i quadri dedicati al comitato d’affari che dagli Anni Cinquanta dettava legge in città attraverso una spregiudicata speculazione edilizia, e l’immobilismo della sinistra cittadina, ironicamente raffigurata come una grossa vacca indiana, sacra ed intoccabile, depositaria di alte verità filosofiche, ma inutile e gratuita sul piano pratico. Infatti, cosa ce ne facciamo di una vacca a Bari?
Tra i presenti c’erano anche il sottosegretario Sgarbi ed il paffuto e baffuto patron di Telemarket Corbelli, arrivati in pellegrinaggio da Napoli. In mano entrambi recavano un mazzolin di rose e viole e soprattutto una stampa del compianto artista Cascella, si suppone originale, regalo per il Santo taumaturgo a beneficio della grazia ricevuta per lo scampato pericolo. In fila nella processione storica era riconoscibile anche una delegazione tarantina. A rappresentare la città jonica, era stata scelta l’Asl TA 1.
I suoi dirigenti infatti, vestiti da Perduni, percorrevano le strade di Bari flagellandosi la schiena con rotoli di fatture false e chiedendo scusa a tutti per la figuraccia. Manco Mario Chiesa ai tempi del Pio Albergo Trivulzio.
Dopo la Milano da bere, adesso era la volta della Taranto… da mangiare. Anche se però, a dire il vero, era tutta la Puglia a vivere un momento di grande appetito, come dimostrava la clamorosa inchiesta sui fondi comunitari per la formazione d’eccellenza.
Uno scandalo con fior di mazzette, fotocopie pagate a peso d’oro e consulenti da un milione a lezione. Intanto la festa proseguiva.
In Piazza Prefettura entrarono in azione gli stuntmen gentilmente offerti dal partito dei No Global di Agnoletto e Casarini.
Alcuni di loro, vestiti da marinai, si calarono dalla facciata del Teatro Piccinni per ricordare la leggendaria impresa del trafugamento delle ossa del Santo; altri invece, vestiti da tute nere, si calarono le braghe davanti ai cittadini nel rievocare le “mirabili imprese pacifiste” di Napoli e Genova, a base di mazze chiodate, catene ed estintori.
Come aveva ragione la buon’anima di Pasolini nei suoi Scritti Corsari a proposito degli scontri di piazza tra poliziotti e rivoluzionari.
Insomma, se la Francia era ferita con Le Pen, l’Italia s’era azzoppata a Napoli. Intanto la statua con le tre palle in mano avanzava verso la Basilica. Se non fosse stato per il colore della pelle e per il giro vita più affusolato, essa nei tratti avrebbe ricordato il piemme Nicola Rossi, il magistrato barese che invece delle palle però, in mano teneva un sacco di quelle inchieste. In Piazza Ferrarese ci fu il racconto dell’approdo delle reliquie.
In un’orgia di bucce di sementi buttate per terra, fu ricordato il ritorno a casa degli eroici marinai. In sottofondo un coro di bambini intonò una bellissima canzone; molto più bella di quella cantata da Benigni a Sanremo.
Era un cantico. Il cantico… delle creaturine.
Dedicato ad un popolo minuto che, col furtarello dell’osso sacro, aveva cercato d’assicurarsi fede e profitti per gli anni a venire.
Vennero poi i fuochi d’artificio. Insieme al lancio delle diane ci fu anche il lancio di qualche politico locale.
Era il cosiddetto momento catartico e dionisiaco.
Il lancio stava prendendo il sopravvento, tant’è che in acqua c’era già mezza giunta comunale, quando si decise di arrivare nella piazza della Basilica e chiudere la rappresentazione.
Valerio Festi, soddisfatto per il successo ottenuto, corse ad abbracciare Simeone il quale, euforico, ricambiando l’abbraccio, ne approfittò per chiedergli uno sconto sull’appalto.
Per il nostro sindaco ogni occasione era buona per risparmiare. Infine, per celebrare il trionfo, a tutti fu offerto un mega buffet preparato da quelli de La Cascina. Sempre loro.
Anche il menu era quello solito: pasta con le rape, peperoni e pollo con cavoli per contorno. Molti preferirono rispettare la tradizione con le sgagliozze, le popizze e gli gnummeriddi venduti agli angoli delle strade.
La festa era davvero finita. Tutti stavano facendo ritorno a casa.
Solo un venditore di cocco continuava a gridare:
“Piangete bambini, piangete, che la mamma vi compra il cocco bello
fresco”, ma i bambini ormai se ne fottevano del cocco.
La tivvù gli aveva messo in testa le merendine al cacao magro e le patatine fritte con la sorpresa spaziale; a piangere perciò erano gli adulti.
E non solo per avere un pezzo di quel frutto tropicale, ma anche perché la loro festa era stata davvero bella.
Quando si dice la commozione.
Antonio Stornaiolo