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(Antonio Stornaiolo)

 

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FACCE DA PADIGLIONE

 

Puntuale come al solito, si era seduto in poltrona col telecomando in mano per seguire l’inaugurazione della campionaria che sarebbe stata trasmessa in diretta dalla tivvù. Ad essere inquadrata -in tutta la sua strettezza- era stata ancora una volta la Sala Tridente, stracolma di parlamentari ed imprenditori sudaticci nei loro doppipetto blu e grisaglie grige. Per poche ore il teatrino della politica faceva tappa a Bari e la cosa meritava di essere vista. Aveva dato il via ai discorsi il sindaco, elegantemente avvolto nella fascia tricolore. L’uomo in sé faceva la sua bella figura. Solo i capelli, forse, avevano un taglio un po’ troppo all’antica, di quelli che neanche un barbiere di Valona ti farebbe più. Poi era stata la volta di tutti quanti gli altri relatori. E lui ancora lì ad ascoltare. Si era allontanato solo una volta, giusto per andare a bere un bicchiere d’acqua perché, a sentire parlare tutte quelle persone, gli era venuta la gola secca pur stando zitto dalla sera prima, da quando cioè aveva farfugliato qualcosa a sua moglie prima di addormentarsi. Poi, proprio mentre Berlusconi stava portando ad esempio il saggio della montagna, aveva squillato il telefono. Era corso a rispondere, ma Anna lo aveva preceduto. Aveva riappeso che era più pallida. “Erano loro?”, aveva allora chiesto lui allarmato: “Sì!”. “E quando arrivano?”, “Oggi pomeriggio dopo la controra”. “Mò, manco il tempo di aprire…”. Intanto il presidente continuava a parlare davanti alla poltrona vuota. A casa Serviddio ogni anno era la solita storia. Come arrivava settembre, Leonardo –il capofamiglia- si intossicava la vita per colpa della fiera. Accadeva, infatti, che ad ogni edizione si presentassero a casa alcuni parenti della moglie, che scendevano apposta apposta da Massafra per provare l’ebbrezza di una “visitina” a quel grande mercato all’aperto che per loro doveva essere una cosa meravigliosa. Questa era però la “visitina“, che restavano tra i piedi per tutto il fine settimana. Una brutta botta davvero per uno come Leonardo che amava la solitudine del tinello dopo pranzo e la calma del cesso di prima mattina. Per non parlare dello scarpinetto che gli toccava sostenere per accompagnarli, ma lo faceva per tener contenta l’Anna sua, anche lei scocciata da quella presenza ingombrante, eppure rassegnata a sopportarla per vincoli di sangue. “Mia cugina è così, lo sai che ci piace a fare lo sciopping… mè vedrai che questa volta il tempo passa subito e lei e quel chiacone del marito se ne tornano da dove sono venuti senza che manco te ne accorgi…”. Sì vabbè, ma intanto a lui toccava camminare. Senza contare il fastidio di cambiare nome. Essì, perché la paesana lo chiamava Nardì, un diminutivo che proprio non gli andava giù… Nardì di qua, Nardì di là, da sopra, da sotto… “Madonna ecche è quest’anno stà fiera, sempre più bella; tu che dici Nardì…”, oddio che palle! E dire che quella josa proprio non la sopportava: l’odore dei pop corn abbrustoliti che con prepotenza entrava nelle narici, la voce gracchiante che dall’altoparlante continuava ad invitarlo a questo o a quello stand, le facce da padiglione degli altri avventori che, circondandolo con indecenza, gli davano un senso di ansia e di oppressione, come se tante cugine della moglie gli stessero addosso… E meno male che un amico gli aveva dato delle tessere omaggio per entrare, altrimenti pure i soldi ci avrebbe rifuso. Intanto la folla di ziazì cresceva. Ma vuoi mettere come dovevano essere belli d’inverno quei lunghi vialoni? Deserti, silenziosi, spazzati solo dal vento, con l’odore del mare che entrava ed usciva dal cancello orientale. Altro che le zaffate di sudore ascellare che a tratti arrivavano dalla galleria delle nazioni. Davanti al padiglione della Birra Peroni, simulacro post moderno di pancie gonfie e ventri prominenti, la cugina impenitente si era tolta le scarpe e si era poggiata su un fianchetto di cemento. Era stanca, ma non ancora  esausta. “Nardì, addò je ca pozz’ accattà na bella ambastatrice?”. “Che cosa?” aveva risposto lui mostrando due occhi di fuoco. “L’ambastatrice pe ffè la pasta in gasa, non zai?…”. Stava per risponderle con un tuzzo nei denti, quando ebbe la visione di un gruppo di bellissime ragazze tutte in divisa. Erano sicuramente delle hostess dell’organizzazione. Tutte bbone. Tutte raccomandate a puntino. Poi si mise a seguire con lo sguardo il trenino colorato che girava nella mostra portando i bambini sulle carrozze. Non era il solo mezzo di locomozione a cui era permesso circolare. C’erano anche e soprattutto le auto blu che trasportavano le autorità da un convegno all’altro. Si divertì all’idea che anche i politici potessero essere portati in giro col trenino. Ci pensi? Insieme alla scorta a fare ciuff ciuff… come sarebbero stati buffi. Vabbè che anche adesso… Ad un certo punto fu attratto dallo stand della Coop, ovvero quando i comunisti battono cassa. Una scritta bianca campeggiava su un fondo nero. Attenti ai bisogni… diceva, e stranamente tutti i visitatori da quel punto in poi si davano da fare per cercare un bagno. Potenza della comunicazione, riflettè mentre guardava l’orologio. Si erano fatte le cinque. Praticamente una domenica buttata. Guardò la moglie con un paio d’occhi languidi e tristi che manco i cani quando il padrone muore. Anna capì al volo e rivolta alla cugina disse: “Beh, forse è meglio se Leonardo si comincia ad avviare per preparare la cena… così noi possiamo rimanere un altro poco senza fretta”. “Va bene –disse l’altra, eppoi rivolta al marito aggiunse- Catà, non è che te ne vuoi andare pure tu?”. Il sarchiapone fece di no con la testa. Meno male. “No, voglio andare a vedere i trattori”. Era proprio un chiacone. Si salutarono. Da lì in poi si fermò solo per comprare le merendine dell’Aida, “buone per fare la zuppa alla mattina e per soppontare lo stomaco quando è a pomeriggio”. Uscendo finalmente, l’ultima cosa che vide fu il manifesto di quell’edizione. “Il giro del mondo in nove giorni”, così diceva lo slogan di lancio che era tradotto pure in arabo e russo. Ma che giro del mondo e mondo, pensò lui avviandosi verso la macchina. L’anno prossimo su quel manifesto le scritte avrebbero fatto meglio a metterle in foggiano e potentino, “perché tanto più in là non si va”. Intanto la cugina della moglie aveva trovato l’ambastatrice. Quando si dice il commercio con l’estero.

Antonio Stornaiolo