Era successo l’impossibile. Nientemeno Rosa Russo Jervolino, sindaco di Napoli, aveva pubblicamente elogiato Simeone Di Cagno Abbrescia, sindaco di Bari, per aver dato ai baresi la ridente spiaggetta di Pane e Pomodoro, raro esempio di recupero della costa e del lungomare. “Rosetta, e non hai visto Torre Quetta”, naturale prolungamento della di cui sopra, gli aveva detto Simeone nel ringraziarla al telefono. “Simò è che me lo dici a ffare. Invitami a Bari e fammella vedè in anteprima stà spiaggetta, accussì me faje cuntenda”, aveva replicato lei a caccia com’era d’ispirazione per fare la stessa cosa a Napoli.
“Va bene t’invito. Io però metto solo l’albergo. Il viaggio invece te lo paghi tu”. “Affare fatto. Mi precipito. A proposito, uagliò, preferisci o bbabbà o le sfugliatelle”.
“ E porta tutte e due Rosè, che qua siamo golosi!”. Evvai! Simeone era raggiante. Essì’, perché una cosa è prendere un complimento da qualche polmone della tua coalizione che spesso ti loda solo per avere qualcosa in cambio, e una cosa –invece- era quella sorta di complimento arrivato –come la manna dal cielo- da parte di un’avversaria politica che tra l’altro nel suo carnet vantava pure il titolo di ex ministro del centrosinistra.
A dire il vero Simeone all’inizio aveva pensato ad uno scherzo, magari di Salvatore Tatarella, poi però si era capacitato e se n’era fatta una ragione. Ma perché, una cosa buona non la poteva fare pure lui? E allora. Certo in un’intervista, rilasciata ad un quotidiano locale, aveva dichiarato che alcuni suoi amici “di cultura”, di cui pur si circondava, gli avevano detto che neanche lui si era reso conto di cosa avesse fatto. Come non credergli. Non era la prima volta, infatti, che Simeone non si rendeva conto di quello che faceva. Ma questo poco importava. Sarebbe passato alla storia come il sindaco che aveva bonificato il lungomare. Che bellezza! Bravo Simeone, quando è giusto è giusto, complimenti anche da parte nostra.
Intanto in città era arrivata l’estate. E con la bella stagione erano tornati quelli delle crociere. Per loro, all’ora di pranzo del martedì, sarebbero rimasti aperti ben dodici negozi dodici per lo shopping. Solo per loro però. Tant’è che su ogni vetrina di questi esercizi commerciali era stata messa una vetrofanìa con il simbolo di una cozza nera ed un segnale di divieto con scritto: “Io non posso entrare. L’ingresso ai baresi è consentito solo se accompagnati da un forestiero”. Potenza del commercio.
Un altro segno distintivo dell’estate era stato l’aver visto il direttore della Gazzetta, Lino Patruno, correre a perdifiato sul lungomare. Adesso, premesso che il direttore ha un fisico asciutto e snello per il quale non gli serve correre per scaricare grassi manco se la sera prima ha mangiato una bistecca di cinghiale con salsa di mostarda e burro di noccioline, cosa lo aveva indotto a correre? “Lui e la Gazzetta sono una cosa sola” aveva confidato la moglie ad un’amica, “perciò se la prima è in agitazione, pure lui non si stà un attimo fermo”. Ma la cosa bella era che per la prima volta la sua tenuta da jogging non era più nera, ma blu con t shirt bianca. Era questo il segno di un cambiamento anche nella politica del giornale? Chi lo sa. Vero è che Patruno era a colori! La notizia si era diffusa velocemente e così, un po’ come accade quando pellegrini, credenti e curiosi si radunano attorno alle statuine che improvvisamente si mettono a piangere, sotto il palazzo della Gazzetta si era formata una fila interminabile di colleghi giornalisti, ansiosi di vedere il Patruno a colori. Un evento che chissà quando sarebbe ricapitato. Praticamente uno scoop.
E veniamo alla Sanità. Oggi parliamo della cefalea a grappolo. Per capire cos’è, provate ad immaginare un mal di testa moltiplicato per diecimila. Per diecimila, va bene? Adesso i sintomi. Comincia in maniera impercettibile: sensazione di nausea e tipo due aghi nella tempia. Poi da qui, e per settantadue ore, è la festa del dolore: continuo, lancinante, paralizzante. Si è perciò costretti a stare stesi a letto, al buio, e guai a chi entra in stanza e fa rumore. Mi dicono che chi ne è affetto trovi un certo giovamento solo assumendo una molecola chiamata sumatriptan contenuta in alcuni farmaci come l’Imigran. La confezione da due fiale di questo medicinale costa però la ragguardevole cifra di centoventiseimila vecchie lire. Contando che per sopportare i dolori angoscianti bisogna spararsi almeno tre fiale, viene fuori che per ogni attacco si è costretti a spendere almeno quelle centonavantamilalire, che non è una cifretta da poco per chi –come molti- vive di solo stipendio. Bene, questo farmaco, alla luce dei tagli sanitari operati dalla Regione, non essendo un cosiddetto salvavita, non era più prescrivibile. Cioè: non solo soffro, ma spendo pure. E tanto. E come per la cefalea un sacco di malattie erano diventate incurabili, almeno economicamente. Forse era per questo che in quei giorni all’assessore Mazzaracchio ed a tutta la giunta regionale fischiavano le orecchie, cadevano le cose di mano e non gliene andava bene una. Era successo che i malati pugliesi, non potendo fare altro per protestare, avevano cominciato a menare loro saette e scommoniche. Nella speranza che ci prendessero. C’era addirittura qualcuno che con una bambolina di pezza provava a fare il vodoo. Solo che invece degli spilloni usava gli stuzzicadenti per le braciole, col risultato che consiglieri ed assessori ingrassavano senza sapere il perché. La situazione era anomala. E già qualche studente di Economia e Commercio aveva deciso che la sua tesi avrebbe avuto come oggetto il rapporto di causa effetto tra il welfare e gli occhi addosso agli amministratori. Come dire la sfiga applicata all’economia sociale. Vero e proprio delirio d’impotenza. Roba da centodieci e lode.
Finalino nazionale. Caro cavaliere, passi per Santoro che è abituato a stare in trincea, passi per Luttazzi che tanto sarà seppellito fuori dalle mura, ma dare del criminoso a Biagi, per carità, proprio no. Dopo il puntiglio sull’articolo diciotto, perché questo ennesimo salto di squalità?
Piuttosto già che c’è, perché non prova a far fuori gli inetti e gli scassapalle che non mancano mai e spesso sono più pericolosi; senz’altro più fastidiosi?
Quando si dice la Bulgaria.
Antonio Stornaiolo